Immagina di indossare ogni giorno “lenti deformanti” che alterano la percezione di sé e degli altri, di guardarti allo specchio e vedere una figura frammentata: ecco come vive una persona con un disturbo di personalità. Si stima che in Italia circa una persona su dieci soffra di un disturbo di personalità, una condizione mentale che può influenzare profondamente relazioni, lavoro e benessere. Eppure, chi ne è affetto spesso non sa di avere un problema e tende a lottare in silenzio, tra incomprensioni e stigma.
In questa pagina esploriamo cosa sono questi disturbi, come impattano sulla vita quotidiana, e quali percorsi di aiuto possono fare la differenza per pazienti e familiari.
I disturbi di personalità sono condizioni psicologiche caratterizzate da tratti di personalità rigidi e disadattivi, profondamente radicati nel modo di pensare, sentire e comportarsi della persona. In pratica, la persona mostra modalità di percepire sé stessa e gli altri molto lontane dalle aspettative culturali e poco flessibili, tanto da causare sofferenza significativa e difficoltà nel funzionamento quotidiano. Questi pattern comportamentali ed emotivi iniziano di solito nell’adolescenza o prima età adulta e tendono a mantenersi stabili nel tempo. Importante è distinguere un disturbo di personalità da un temperamento “difficile”: nel disturbo i tratti sono così estremi e immutabili da compromettere l’adattamento della persona alle situazioni della vita.
I clinici classificano i disturbi di personalità in tre gruppi principali (cluster) in base alle loro caratteristiche predominanti:
In sintesi, una persona con disturbo di personalità tende a restare bloccata su modalità di pensiero e comportamento estreme, che percepisce come naturali (diciamo che sono schemi egosintonici, quindi non riconosciuti come problema) ma che creano attrito con la realtà e le aspettative sociali. Questo rende difficile per chi ne soffre adattarsi al cambiamento e riconoscere la necessità di aiuto.
Vivere con un disturbo di personalità significa affrontare sfide quotidiane logoranti. I sintomi permeano ogni aspetto della vita, causando problemi nelle relazioni interpersonali, nel lavoro, nella gestione delle emozioni e dell’autostima. Spesso queste persone non riescono a mantenere relazioni stabili: possono passare da idealizzare una persona al denigrarla nel giro di poco, oppure isolarsi completamente per il timore di essere rifiutate. In ambito lavorativo, la scarsa flessibilità e i conflitti interpersonali possono portare a frequenti cambi di lavoro o difficoltà nel collaborare con colleghi e superiori.
Chi soffre di un disturbo di personalità tende a vivere le emozioni in modo estremo. Immaginiamo l’esperienza quotidiana di sentire ogni critica come un disastro, ogni abbandono come insopportabile o, al contrario, di non provare quasi nulla verso gli altri: l’impatto sul benessere è significativo. Non di rado insorgono anche ansia o depressione secondarie, alimentate dal continuo senso di inadeguatezza e dalle relazioni conflittuali. La qualità di vita ne risente: queste persone possono sentirsi cronicamente vuote, frustrate o arrabbiate, incapaci di raggiungere una stabilità emotiva e realizzare i propri obiettivi personali.
Da non dimenticare è l’impatto sui familiari e caregiver. Vivere accanto a una persona con un grave disturbo di personalità può essere estenuante: ci si trova in un altalenare di momenti di apparente normalità e crisi imprevedibili (scatti di rabbia, implosioni depressive, comportamenti distruttivi). I familiari possono sentirsi impotenti, confusi, colpevolizzati. In molti casi hanno bisogno essi stessi di supporto psicologico per gestire lo stress e imparare strategie di comunicazione efficaci. Proprio per questo esistono percorsi come il “Progetto Caregiver” di My Mental Care dedicati ad aiutare chi si prende cura di un proprio caro con disturbi mentali (supporto emotivo, educazione sul disturbo, gruppi di aiuto) – un sostegno prezioso per non lasciare sole le famiglie.
Lo sapevi che…? Studi clinici hanno rilevato che i disturbi di personalità sono tra le diagnosi psichiatriche più frequenti: fino al 60% dei pazienti psichiatrici presenta anche un disturbo di personalità. Ciò nonostante, molte persone che ne soffrono non ricevono una diagnosi né un aiuto mirato, spesso perché attribuiscono i propri problemi ad altri disturbi (ansia, depressione) o li considerano tratti caratteriali, dicendo “sono fatto così”.
I sintomi dei disturbi di personalità possono manifestarsi su più fronti. In generale riguardano almeno due delle seguenti aree chiave:
Un elemento distintivo è la pervasività e stabilità di questi sintomi: non si tratta di episodi occasionali. I tratti problematici si presentano in molteplici contesti (famiglia, lavoro, vita sociale) e persistono nel tempo, sin dalla giovinezza. Se vi riconoscete in diversi di questi segnali – oppure li osservate in una persona cara – e notate che condizionano negativamente la quotidianità, potrebbe essere indicato approfondire la situazione con uno specialista.
I disturbi di personalità non hanno una singola causa: derivano dall’intreccio complesso di più fattori, sia biologici che ambientali. In altre parole, alcune persone nascono con una predisposizione genetica a sviluppare certi tratti (una base neurobiologica che può riguardare il temperamento, la regolazione delle emozioni, ecc.), ma perché il disturbo si manifesti devono intervenire anche determinate esperienze di vita. Una metafora utile è quella della bomba e della miccia: la predisposizione ereditaria è la “bomba” potenziale, che rimane inesplosa finché eventi e contesti di vita sfavorevoli – la “miccia” – non la attivano.
Ecco i principali fattori coinvolti:
È importante notare che fattori protettivi (come una rete di supporto affettivo, interventi precoci di sostegno psicologico, un contesto stabile) possono attenuare il rischio, anche in presenza di predisposizioni. Allo stesso modo, fattori di rischio multipli sommati (genetica e traumi e abuso di sostanze, per esempio) aumentano la probabilità che il disturbo si esprima in forma conclamata.
Un tratto insidioso dei disturbi di personalità è che spesso chi ne soffre non riconosce di avere un problema – almeno finché le conseguenze non diventano ingestibili. Essendo i comportamenti egosintonici (percepiti come coerenti, e non vissuti quindi come problematici o motivo di disagio), può mancare la spinta a rivolgersi a uno specialista. Tuttavia, ci sono segnali precisi che indicano la necessità di chiedere aiuto professionale:
Ricordiamo che la diagnosi formale di un disturbo di personalità spetta a uno psicoterapeuta o psichiatra qualificato. Spesso viene posta dopo i 18 anni, perché nell’adolescenza la personalità è ancora in formazione e molti tratti possono essere temporanei. Ciò non toglie che intervenire presto sia utile: se un adolescente mostra segnali preoccupanti (aggressività costante, autolesionismo, isolamento estremo), è bene consultare uno specialista dell’età evolutiva, che potrà impostare un aiuto senza necessariamente “diagnosticare” subito un disturbo di personalità. In generale, prima si interviene, migliore è la prognosi: si possono apprendere strategie di gestione emotiva e comportamentale prima che certi schemi diventino troppo rigidi.
Infine, in caso di crisi acute – ad esempio intenzioni suicide, atti autolesivi gravi, aggressioni pericolose – non esitate a contattare immediatamente i servizi di emergenza (118/112 in Italia) o recarvi al Pronto Soccorso. La sicurezza viene prima di tutto: queste situazioni richiedono un intervento tempestivo.
La buona notizia è che dai disturbi di personalità si può guarire – o meglio, è possibile intraprendere un percorso di recupero e cambiamento significativo. Negli ultimi decenni sono stati sviluppati approcci terapeutici efficaci per aiutare queste persone a costruire una vita più stabile e soddisfacente. I pilastri del trattamento sono principalmente due: psicoterapia specialistica e supporto farmacologico mirato, spesso affiancati da interventi integrati di tipo psicosociale.
Psicoterapia: è il trattamento d’elezione per i disturbi di personalità. Attraverso la relazione terapeutica, la persona può prendere coscienza dei propri schemi disfunzionali – ad esempio riconoscere il proprio ruolo nei conflitti o nelle proprie crisi emotive – e imparare gradualmente modalità più sane di risposta. Esistono diversi approcci psicoterapeutici validati. Uno dei più noti è la Psicoterapia Dialettico-Comportamentale (DBT), sviluppata originariamente per il disturbo borderline, che combina tecniche cognitivo-comportamentali con principi di mindfulness per insegnare abilità di regolazione emotiva, tolleranza allo stress e gestione delle relazioni. Studi hanno dimostrato che la DBT riduce comportamenti autodistruttivi e instabilità emotiva nel borderline ed è efficace anche per altri disturbi del Cluster B. Un altro approccio efficace è la Terapia Schema-Focused (o terapia degli schemi), utile soprattutto nel disturbo narcisistico e altri, che aiuta a identificare e modificare i “copioni” di vita disfunzionali radicati nell’infanzia. Anche la Terapia Cognitivo-Comportamentale (CBT) tradizionale e vari modelli di psicoterapia psicodinamica sono impiegati: l’importante è che il terapeuta abbia esperienza specifica con i disturbi di personalità, data la complessità di queste situazioni. La durata della terapia in genere è piuttosto lunga (diversi mesi o anni), perché si tratta di ristrutturare pattern profondamente radicati, ma con pazienza i miglioramenti arrivano – spesso la persona sviluppa maggiore consapevolezza di sé, controllo sulle proprie reazioni e capacità di costruire relazioni più sane.
Trattamento psichiatrico e farmacologico: non esiste un farmaco che “cura” direttamente un disturbo di personalità, ma la psichiatria svolge un ruolo importante nel gestire sintomi specifici e comorbidità. Ad esempio, possono essere prescritti stabilizzatori dell’umore o piccoli dosaggi di antipsicotici atipici per ridurre impulsività, rabbia e pensieri paranoidi nel disturbo borderline o schizotipico; antidepressivi per trattare episodi depressivi o ansiosi che spesso accompagnano il disturbo evitante o borderline; ansiolitici con cautela per attenuare ansia sociale e insonnia (sebbene siano da evitare in caso di impulsività per il rischio abuso). Il supporto dello psichiatra è fondamentale anche per monitorare rischi di autolesione: in casi gravi può essere valutato un breve ricovero protetto per stabilizzare il paziente. Inoltre, una valutazione psichiatrica completa aiuta a identificare altre condizioni eventualmente presenti (ad esempio disturbi dell’umore, psicosi latenti, disturbi da uso di sostanze) che vanno trattate parallelamente. Nel nostro centro, l’approccio integrato multidisciplinare garantisce che psicoterapeuti e psichiatri lavorino fianco a fianco: la terapia farmacologica viene integrata con quella psicologica per un intervento equilibrato e su misura.
Supporto integrato e riabilitazione: oltre a terapia e farmaci, spesso risultano utili interventi complementari. Ad esempio, programmi di skills training in gruppo (come previsto dalla DBT) dove i pazienti imparano e praticano abilità di mindfulness, comunicazione efficace e gestione delle crisi insieme ad altri che hanno le stesse difficoltà. Ci sono anche gruppi di psicoeducazione familiare (informare e sostenere i familiari perché sappiano come comportarsi, senza aggravare involontariamente il problema). Nei casi più compromessi si può ricorrere a percorsi di riabilitazione psicosociale: percorsi per lavorare su autonomie quotidiane, competenze sociali e reinserimento lavorativo in un ambiente protetto. Infine, stili di vita sani (attività fisica, routine strutturate, niente sostanze) sono incoraggiati come parte del trattamento, perché migliorano la resilienza dell'individuo.
Va sottolineato che il percorso di cura va personalizzato. Ogni individuo con disturbo di personalità ha la propria storia e le proprie risorse: ciò che funziona per uno (es. un certo tipo di terapia) potrebbe non essere ideale per un altro. Spesso è necessario provare diversi approcci o combinazioni fino a trovare la strada giusta. Anche la relazione terapeutica stessa è un fattore chiave: instaurare fiducia può richiedere tempo, soprattutto per pazienti che hanno difficoltà profonde a fidarsi dell’altro (come nel paranoide o nel narcisistico). Ma con un ambiente terapeutico empatico, specialisti competenti e la motivazione del paziente, molti riescono col tempo a ridurre in modo significativo i sintomi e a vivere una vita più piena. Non bisogna perdere la speranza: non si è “destinati” a rimanere tutta la vita imprigionati nel disturbo. Come spesso si preferisce dire, più che “guarigione” immediata, parliamo di un processo di recovery: un percorso graduale in cui la persona impara a gestire le proprie vulnerabilità, fino al punto che magari non soddisfa più i criteri diagnostici del disturbo (ovvero, i tratti problematici si attenuano tanto da non interferire più pesantemente con la vita). Questo risultato, assolutamente possibile, è frutto di un lavoro congiunto tra paziente, terapeuti e – quando possibile – anche la famiglia.
(In My Mental Care offriamo sia percorsi di psicoterapia individuale specializzata, sia consulenze psichiatriche per un trattamento completo. L’approccio è multidisciplinare: psicologi, psichiatri e altri specialisti collaborano per costruire attorno alla persona una rete di cura integrata e su misura.)
Esistono 10 disturbi di personalità identificati dal manuale diagnostico DSM-5-TR, suddivisi nei tre cluster A, B e C visti sopra. Di seguito descriviamo brevemente alcuni dei principali:
(Altri disturbi di personalità includono il disturbo Schizotipico (pensieri ed eccentricità quasi psicotiche), il disturbo Schizoide (distacco totale dalle relazioni e gamma emotiva ristretta), il disturbo Istrionico (costante ricerca di attenzione con emotività teatrale) e il disturbo Dipendente (estrema sottomissione e bisogno di accudimento). Pur con manifestazioni diverse, condividono la rigidità dei pattern e l’impatto negativo su vita e relazioni.)
Oltre ai trattamenti clinici, ci sono strategie quotidiane che possono aiutare le persone con disturbi di personalità (o chi vive con loro) a migliorare gradualmente la gestione dei sintomi e la qualità della vita. Ecco alcuni consigli pratici e scientificamente fondati da affiancare al percorso terapeutico:
Naturalmente, mettere in pratica questi consigli richiede impegno e tempo. All’inizio può sembrare difficile rompere abitudini consolidate (come reagire d’impulso o rifugiarsi nell’alcol). Il segreto è iniziare con piccoli passi, con costanza, magari seguendo le indicazioni di un professionista. Ogni miglioramento nello stile di vita crea un effetto domino: ad esempio, dormire meglio può dare più energie per esercitare la pazienza il giorno dopo; sentirsi sostenuti da un amico può rendere più facile partecipare a una seduta di terapia impegnativa.
Ogni gesto di cura verso se stessi è un mattoncino in più nella costruzione di un nuovo equilibrio.
Affrontare un disturbo di personalità non è facile, ma non sei solo. Presso My Mental Care troverai un team di professionisti empatici e preparati, pronti ad ascoltarti senza giudizio e ad accompagnarti verso un maggiore benessere. Ogni percorso inizia con un primo colloquio di valutazione, in cui capiremo insieme quali sono le tue difficoltà e i tuoi bisogni, per poi costruire un intervento personalizzato su di te.
Prenota oggi stesso una consulenza: il primo passo può sembrare il più difficile, ma è anche il più importante per riprendere in mano la tua vita. Siamo al tuo fianco, online oppure nelle nostre sedi di Milano, Bologna, Roma, Brindisi e Lecce. Non devi più combattere da solo contro queste sofferenze – chiedere aiuto è un atto di coraggio e il segnale che credi di meritare una vita migliore.
La tua salute mentale conta, e migliorarla è possibile. Contattaci per fissare un appuntamento con i nostri specialisti: insieme costruiremo un nuovo equilibrio e ti aiuteremo a riscoprire risorse e potenzialità che forse oggi neanche immagini di avere.